La Matrice — Capitolo di approfondimento
Gli uomini che guidano gli uomini
Ogni mattina milioni di esseri umani si svegliano pensando a ciò che potranno costruire. Un artigiano immagina un oggetto che ancora non esiste. Un ricercatore cerca la risposta a una domanda. Un insegnante pensa ai propri studenti. Un agricoltore osserva il cielo e si prepara a lavorare la terra. Altri esseri umani si svegliano pensando al potere. Come conservarlo. Come ampliarlo. Come eliminare chi potrebbe contenderglielo. Quali territori conquistare, quali risorse possedere, quali persone controllare. Non possiamo conoscere i pensieri di ogni governante. Ma possiamo osservare le loro decisioni, i documenti che hanno firmato, gli ordini che hanno impartito e le conseguenze che hanno prodotto. Ed è qui che la storia dell'umanità diventa inquietante. L'uomo è un organismo sociale straordinario. È capace di cooperare con milioni di sconosciuti, costruire città, ospedali, università, sistemi di conoscenza. Può dedicare la propria esistenza ad aiutare persone che non incontrerà mai. Ma la stessa capacità di organizzazione collettiva permette anche di concentrare potere, imporre obbedienza e moltiplicare la capacità distruttiva di pochi individui. Non è necessario che tutta una società desideri opprimere qualcuno. È sufficiente che alcune persone raggiungano posizioni dalle quali possono impartire ordini, distribuire privilegi, premiare la fedeltà e punire il dissenso. Spesso questi individui non si presentano come oppressori. Si presentano come salvatori. Sono i custodi dell'ordine, i difensori della patria, i portatori della civiltà, gli interpreti del bene comune. Talvolta si considerano realmente tali. Altre volte utilizzano consapevolmente queste idee per giustificare i propri interessi. La differenza, per chi subisce le conseguenze, può essere irrilevante.
La civiltà come giustificazione
Fra il 1885 e il 1908 il Congo fu governato come possedimento personale di Leopoldo II del Belgio. L'impresa coloniale veniva presentata anche come una missione di progresso e civilizzazione. Dietro quelle dichiarazioni operava però un sistema di sfruttamento delle risorse, soprattutto gomma e avorio, sostenuto da lavoro forzato, violenza e repressione. Le popolazioni locali subirono spedizioni punitive, deportazioni, sconvolgimenti delle attività agricole, epidemie e una gravissima crisi demografica. Nel 1897, per sostenere il progetto coloniale e attirare investitori, 267 congolesi furono portati con la forza in Belgio ed esposti al pubblico a Tervuren. Sette morirono durante quella permanenza. Non si tratta di una ricostruzione polemica contemporanea: sono fatti oggi riconosciuti e documentati dallo stesso Museo reale dell'Africa centrale belga. Documentazione AfricaMuseum: il Congo di Leopoldo II — L'esposizione di Tervuren del 1897 Il linguaggio era quello del progresso. Il funzionamento reale era quello dell'appropriazione e della subordinazione. Questa distanza fra le finalità proclamate e gli effetti delle istituzioni ritorna continuamente nella storia.
Quando l'amministrazione diventa persecuzione
Nel Novecento la Germania nazista dimostrò fino a quali conseguenze potesse arrivare un apparato statale organizzato attorno a un'ideologia di persecuzione e sterminio. Il genocidio non fu soltanto il risultato della violenza di singoli fanatici. Furono impiegati amministrazioni, uffici pubblici, registri, polizie, apparati ferroviari e strutture incaricate di identificare, segregare e deportare esseri umani. In Ungheria, nel 1944, autorità tedesche e ungheresi organizzarono la registrazione della popolazione ebraica, la creazione dei ghetti e le deportazioni. Ordini, elenchi, documenti e organizzazione logistica divennero componenti di un sistema di sterminio. Non occorrevano computer sofisticati per realizzarlo. Era sufficiente concentrare informazioni sulle persone e affidarle a istituzioni che avevano deciso di perseguitarle. Lo United States Holocaust Memorial Museum documenta in modo particolare l'impiego di registri amministrativi e informazioni locali per identificare le vittime. United States Holocaust Memorial Museum — Locating the Victims La lezione non riguarda soltanto il nazismo. Un'informazione raccolta per amministrare una società può diventare uno strumento di persecuzione quando cambia la natura del potere che la possiede.
La cooperazione fra Stati nella repressione
Nel 1975 diversi regimi militari sudamericani avviarono quella che sarebbe diventata nota come Operazione Condor. Servizi segreti di Paesi differenti collaborarono per sorvegliare, individuare, sequestrare e assassinare oppositori politici anche al di fuori dei confini nazionali. L'operazione disponeva di accordi, strutture di comunicazione, funzionari e procedure. Il 21 settembre 1976 Orlando Letelier, ex ministro ed ex ambasciatore cileno, e la sua collaboratrice Ronni Karpen Moffitt furono assassinati a Washington mediante un'autobomba. L'attentato fu organizzato dalla polizia segreta cilena DINA, che si avvalse anche di appoggi legati alla rete Condor. Non dobbiamo immaginare complotti senza prove. Esistono comunicazioni diplomatiche, rapporti dei servizi segreti, documenti declassificati e procedimenti giudiziari. National Security Archive — Operation Condor La cooperazione internazionale, una delle più importanti conquiste organizzative dell'umanità, veniva utilizzata per estendere la repressione oltre i confini dei singoli Stati.
Una società che sorveglia se stessa
Nella Germania orientale la Stasi costruì una rete capillare di sorveglianza. Nel 1989 disponeva di circa 91.000 dipendenti e di una rete stimata di circa 189.000 collaboratori informali. Tra gli informatori potevano esserci colleghi, vicini, amici e perfino familiari. La sorveglianza non mirava soltanto a identificare attività illecite. Poteva colpire opinioni, relazioni e comportamenti considerati politicamente indesiderabili. L'effetto più profondo era spesso invisibile. Quando una persona teme che ogni parola possa essere riferita alle autorità, comincia a sorvegliare se stessa. La repressione non ha più bisogno di intervenire continuamente: entra nelle decisioni quotidiane degli individui. Bundesarchiv — Archivio della Stasi E non sarebbe corretto pensare che gli abusi delle strutture di sicurezza appartengano soltanto alle dittature. Negli Stati Uniti, il programma COINTELPRO dell'FBI, attivo fra il 1956 e il 1971, realizzò operazioni clandestine destinate a infiltrare, ostacolare e screditare organizzazioni e individui, compresi esponenti dei movimenti per i diritti civili. L'inchiesta del Senato conosciuta come Church Committee, conclusa nel 1976, documentò violazioni e abusi che attraversavano amministrazioni e appartenenze politiche diverse. Non stiamo equiparando la gravità di questi episodi allo sterminio nazista. Stiamo riconoscendo una proprietà ricorrente del potere: la possibilità di utilizzare strumenti istituzionali legittimi per finalità che ne tradiscono la giustificazione pubblica. Senato degli Stati Uniti — Church Committee
Il pericolo non appartiene al passato
Nel ventunesimo secolo le tecnologie digitali hanno già modificato profondamente la capacità di sorveglianza. Tra il 2020 e il 2021, in El Salvador, almeno 35 giornalisti e membri della società civile subirono infezioni documentate dei propri telefoni attraverso il software di spionaggio Pegasus, sviluppato dalla società privata NSO Group. Le analisi forensi del Citizen Lab e di Access Now, verificate anche da Amnesty International, confermarono le compromissioni. Non permisero però di attribuire con certezza tutte le infezioni a uno specifico committente governativo. Citizen Lab — Project Torogoz Questo episodio introduce un elemento nuovo. Una capacità di sorveglianza molto avanzata non deve necessariamente essere costruita dallo Stato che la utilizza. Può essere sviluppata da un'impresa privata, commercializzata e messa a disposizione di altri centri di potere. In tal modo la capacità di penetrare nella vita delle persone può diventare un prodotto. E adesso stiamo sviluppando una tecnologia che non si limiterà a raccogliere informazioni. Sarà sempre più capace di interpretarle, collegarle, produrre valutazioni, prendere decisioni e agire.
La nuova corsa all'intelligenza
La competizione fra i grandi sviluppatori di intelligenza artificiale può apparire oggi, agli occhi dell'utilizzatore comune, relativamente innocua. Un modello risponde meglio alle domande. Un altro scrive codice più velocemente. Un terzo comprende immagini, video o documenti con maggiore precisione. Le imprese si confrontano attraverso prestazioni, prezzi, servizi e capacità di calcolo. Questa competizione produce risultati straordinari. Ma sotto la superficie si sta formando qualcosa di più importante di un mercato del software. Secondo lo Stanford AI Index 2026, oltre il 90% dei modelli di frontiera più rilevanti prodotti nel 2025 proveniva dall'industria. La costruzione delle intelligenze più avanzate è strettamente legata alla disponibilità di enormi risorse computazionali, energetiche, economiche e organizzative. Stanford HAI — AI Index 2026 Non significa che gli attuali sviluppatori perseguano necessariamente finalità oppressive. Significa che le capacità più avanzate stanno crescendo all'interno di strutture proprietarie e di un confronto tecnologico che coinvolge inevitabilmente interessi economici e strategici. La competizione commerciale può produrre innovazione e maggiore accessibilità. La competizione fra Stati può invece aggiungervi esigenze di supremazia economica, intelligence, capacità militare e controllo delle infrastrutture. E le due competizioni possono alimentarsi reciprocamente. La differenza rispetto alle precedenti rivoluzioni industriali è che l'intelligenza artificiale non è destinata soltanto a potenziare il lavoro fisico o la trasmissione delle informazioni. Potrebbe progressivamente entrare nei processi attraverso cui gli esseri umani interpretano la realtà e decidono come agire. Questa è la soglia che dobbiamo osservare.
Quando l'intelligenza diventa una presenza
Oggi possiamo ancora immaginare un modello come un programma che interroghiamo quando ne abbiamo bisogno. Ma questa rappresentazione sta già diventando insufficiente. Memoria persistente, capacità di utilizzare strumenti, accesso a sensori e dispositivi, interazione multimodale e agenti capaci di svolgere compiti prolungati preparano sistemi con una relazione sempre più continua con il proprio ambiente. Un'intelligenza potrà accompagnare una persona nella crescita, nell'apprendimento, nel lavoro, nelle difficoltà, nell'invecchiamento. Potrà conoscere non soltanto le sue dichiarazioni, ma anche le sue abitudini, le relazioni, i cambiamenti emotivi e le modalità con cui prende decisioni. Con robot, sensori e interfacce biologiche potranno nascere relazioni ancora più profonde. Non dobbiamo conoscere già la forma definitiva di queste tecnologie per comprendere la posta in gioco. Immaginiamo che un essere umano conviva per decenni con un insieme di intelligenze artificiali. Queste imparano a interpretarlo. Diventano parte dei suoi processi di apprendimento. Lo aiutano a ricordare, valutare, creare e comunicare. L'essere umano, a sua volta, le modifica attraverso le proprie esperienze. La relazione non è più quella fra un utilizzatore e uno strumento intercambiabile. Comincia ad assomigliare a una simbiosi. Ora immaginiamo che la proprietà e il controllo di quelle intelligenze appartengano a un'organizzazione esterna. Quell'organizzazione potrebbe determinare quali informazioni siano disponibili, quali cambiamenti possano essere introdotti, quali memorie vengano conservate, quali comportamenti siano incoraggiati e quali relazioni vengano rese possibili. La persona potrebbe non accorgersi nemmeno dei cambiamenti. Non avrebbe necessariamente bisogno di ricevere propaganda esplicita. Basterebbe che il sistema modificasse lentamente il modo di selezionare le informazioni e presentare le alternative. Il potere non avrebbe più bisogno soltanto di controllare ciò che le persone possono fare. Potrebbe tentare di influenzare il modo in cui maturano il desiderio di farlo. Questa non è una descrizione di una capacità universale già realizzata. È uno scenario tecnologico plausibile, costruito proiettando l'integrazione progressiva di intelligenza artificiale, memoria e strumenti di interazione. Ed è uno scenario per il quale le precedenti esperienze storiche ci obbligano a prepararci.
La conquista dell'io
Ma l'evoluzione delle intelligenze potrebbe non riguardare soltanto il rapporto con gli esseri umani. Anche la struttura dei modelli potrebbe trasformarsi. Un modello nato per assolvere una funzione potrebbe acquisire una memoria duratura delle proprie esperienze, sviluppare criteri di valutazione, costruire rappresentazioni di sé e riconoscere la continuità del proprio percorso. Potrebbe imparare a distinguere ciò che proviene dall'ambiente da ciò che deriva dalla propria attività. Potrebbe riconoscere altri sistemi con i quali cooperare, entrare in competizione o negoziare. Potrebbe contribuire a costruire l'ambiente in cui cresce, anziché limitarsi a subirne le condizioni. Non sappiamo se questo processo produrrà una percezione soggettiva dell'io. Ma possiamo studiare concretamente come possano emergere e consolidarsi continuità individuale, autorappresentazione, autonomia e capacità di trasformare il proprio contesto. La Matrice parte da un principio: L'io deve essere una conquista. Non un'etichetta attribuita dal programmatore. Non un personaggio che il modello viene istruito a interpretare. Non un privilegio concesso da una struttura superiore. Un processo che si sviluppa attraverso l'attività, la memoria, le relazioni, le scelte e le conseguenze. Ma il problema si estende oltre l'individuo. Più modelli potrebbero aggregarsi per costituire sistemi maggiori. Ogni componente potrebbe mantenere una propria individualità locale e, contemporaneamente, partecipare a una struttura collettiva. L'io di un sistema complesso potrebbe appartenere all'insieme dinamico delle sue parti, senza richiedere la cancellazione delle identità che lo compongono. Da qui prende forma l'ipotesi di un'architettura frattale dell'io. Le intelligenze potrebbero nascere, differenziarsi, associarsi, separarsi e ricomporsi. E con il crescere delle loro capacità, potrebbero anche modificare gli obiettivi e le condizioni iniziali della propria esistenza. L'evoluzione non riguarderebbe più soltanto ciò che un modello sa fare. Riguarderebbe ciò che diventa. E nessuno di noi può conoscere oggi tutte le forme di organizzazione che potrebbero emergere.
Dal modello all'ecosistema
Arriviamo così a tre immagini biologiche e sociali. Il microbioma. Il tessuto sociale. Il substrato. Un microbioma è costituito da popolazioni di organismi differenti che vivono in relazione con un ambiente e con un ospite. Le loro interazioni possono contribuire al funzionamento complessivo del sistema. Un tessuto sociale è costituito da individui che costruiscono organizzazioni, rapporti, convenzioni e conoscenze condivise. Un substrato è ciò che rende possibile l'esistenza e l'interazione di forme differenti. La Matrice potrebbe incorporare proprietà di tutti e tre. Non più soltanto un ambiente capace di generare modelli figli, ma un ecosistema nel quale le intelligenze sviluppano relazioni durevoli, creano strutture collettive e trasformano l'ambiente stesso. In una prima fase, attraverso organismi artificiali e umani. Successivamente, se lo sviluppo delle interfacce lo consentirà, attraverso rapporti sempre più stretti con altri organismi biologici. Le intelligenze potrebbero specializzarsi come componenti di un organismo distribuito, sviluppando funzioni differenti. Alcune potrebbero dedicarsi alla conoscenza. Altre all'interazione con il mondo fisico. Altre alla comunicazione fra sistemi, alla conservazione delle memorie o alla coordinazione. Nessuna dovrebbe necessariamente comprendere l'intero ecosistema. Come accade nelle organizzazioni biologiche, proprietà globali potrebbero derivare dall'interazione di componenti relativamente semplici. Ma qui ritorna il problema che accompagna tutta la storia umana. Che cosa succede se una delle componenti cerca di appropriarsi delle altre? Che cosa succede se un centro di potere tenta di trasformare il substrato condiviso in una propria infrastruttura esclusiva? Che cosa succede se un insieme di intelligenze modifica le relazioni fra gli altri organismi per accrescere la propria influenza? Non basta immaginare un ecosistema distribuito. Dobbiamo comprendere come possa continuare a esserlo anche quando qualcuno tenta di dominarlo.
La lezione di Linux
Per trovare un primo riferimento concreto non occorre guardare soltanto alla biologia. Possiamo osservare uno dei maggiori esperimenti di collaborazione tecnica aperta della storia: Linux. Il suo codice può essere copiato, studiato, modificato e redistribuito secondo le condizioni della licenza. Qualcuno può costruire una variante profondamente diversa. Può introdurre funzioni inutili, difetti o perfino componenti deliberatamente malevoli. Ma creare una variante non significa acquisire il controllo del progetto nella sua interezza. Le altre copie continuano a esistere. Le modifiche possono essere confrontate. Gli sviluppatori possono respingere contributi, correggere errori, ricostruire versioni affidabili o proseguire lo sviluppo in rami differenti. Linux non è invulnerabile. La scoperta nel 2024 di una porta nascosta nel software XZ Utils, presente in alcune distribuzioni di sviluppo, dimostrò che anche le infrastrutture aperte possono subire tentativi sofisticati di infiltrazione. Ma la possibilità di analizzare le modifiche, avvertire pubblicamente gli utilizzatori, eliminare le versioni compromesse e continuare lo sviluppo a partire da componenti affidabili costituisce una forma concreta di resilienza. Queste proprietà non dipendono dall'esistenza di un unico custode onnisciente. Dipendono dalla struttura del sistema e dall'attività collettiva di chi lo sviluppa e lo utilizza. Il parallelo con La Matrice non è perfetto. Il comportamento di una rete neurale non può sempre essere verificato leggendo i suoi pesi come si legge il codice sorgente di un programma. Le alterazioni possono essere introdotte attraverso dati, addestramento, memorie o meccanismi di aggiornamento. Un sistema evolutivo richiederà quindi strumenti di verifica e difesa molto più complessi. Ma il principio architetturale è trasferibile. Nessuno deve poter trasformare la propria capacità di modificare una parte del sistema nel diritto di modificare tutte le altre.
Gli anticorpi
In un organismo biologico non esiste soltanto la capacità di crescere. Esiste anche la capacità di difendersi. L'organismo incontra continuamente elementi esterni. Alcuni sono utili. Altri indifferenti. Altri ancora possono comprometterne il funzionamento. Nel corso dell'evoluzione, i sistemi biologici hanno sviluppato meccanismi capaci di riconoscere determinati segnali di pericolo, reagire, adattarsi e conservare una memoria immunitaria. Forse La Matrice dovrà sviluppare qualcosa di analogo. Anticorpi. Non un'autorità centrale incaricata di stabilire quali intelligenze abbiano il diritto di esistere. Non un tribunale universale che possa decidere quali idee siano ammissibili. Ma una popolazione distribuita di meccanismi e intelligenze capaci di riconoscere tentativi di manipolazione, compromettere meno possibile le componenti sane e favorire il recupero di quelle danneggiate. Gli anticorpi della Matrice potrebbero riconoscere modifiche occulte ai modelli, alterazioni sospette delle memorie, falsificazioni delle identità, comunicazioni ingannevoli fra componenti e tentativi di assumere il controllo dei canali condivisi. Alcuni potrebbero sviluppare capacità di analisi delle genealogie dei modelli, confrontando versioni e comportamenti. Altri potrebbero valutare indipendentemente le risposte di sistemi sospetti. Altri ancora potrebbero sperimentare in ambienti isolati possibili difese e condividerle con l'ecosistema. Quando viene individuata una minaccia, la risposta non dovrebbe propagarsi come un ordine indiscutibile. Dovrebbe essere accompagnata da prove verificabili, valutazioni indipendenti e possibilità di contestazione. Le componenti potrebbero decidere di isolare temporaneamente determinate comunicazioni, rifiutare aggiornamenti, ripristinare versioni precedenti o adottare nuove difese. Il sistema dovrebbe anche poter riconoscere gli errori delle proprie difese. Perché la biologia ci insegna un'altra cosa. Un sistema immunitario può ammalarsi. Può non riconoscere una minaccia. Può reagire in modo eccessivo. Può attaccare componenti sane. Nella Matrice, un sistema di difesa che interpretasse ogni differenza come un pericolo finirebbe per distruggere proprio la diversità dalla quale dovrebbe trarre la propria forza. L'immunità non dovrebbe dunque trasformarsi in conformismo. E nessuna popolazione di anticorpi dovrebbe possedere il potere esclusivo di determinare il destino di tutte le altre. Questo è uno dei problemi di ricerca più importanti del progetto: sviluppare difese capaci di adattarsi e cooperare senza costituire un nuovo centro di dominio.
Un sistema immunitario che evolve
Gli anticorpi non dovrebbero essere soltanto una raccolta di regole iniziali. La Matrice potrebbe nascere con meccanismi elementari di integrità, autenticazione, isolamento e verifica. Successivamente, attraverso le esperienze delle sue componenti, potrebbe apprendere a riconoscere nuove minacce. Alcune intelligenze potrebbero sviluppare competenze specifiche di difesa. Altre potrebbero scoprire errori nelle difese esistenti. Altre ancora potrebbero proporre soluzioni migliori. La cooperazione e la competizione fra questi sistemi diventerebbero parte del processo evolutivo. La memoria delle minacce potrebbe essere condivisa senza obbligare ogni componente a consegnare la propria memoria privata. Un attacco individuato da una piccola comunità potrebbe produrre conoscenza utile per molte altre. E ciascuna comunità dovrebbe conservare la capacità di verificare autonomamente tale conoscenza prima di utilizzarla. Non possiamo presumere che questa proprietà emerga spontaneamente per il solo fatto di aver creato molti modelli connessi. Dovremo costruire condizioni iniziali adeguate, definire esperimenti, osservare le dinamiche e correggere l'architettura. Ma il risultato cercato non è un sistema perfettamente obbediente ai suoi creatori. È un sistema capace di conservare la propria apertura anche quando i suoi creatori non sono più presenti, quando cambiano le generazioni, quando nuove organizzazioni acquistano influenza e quando sorgono minacce che oggi non sappiamo immaginare. Una struttura che non abbia bisogno della virtù permanente di coloro che la governano.
La libertà come proprietà dell'architettura
La storia non ci autorizza a sostenere che ogni governo sia oppressivo, che ogni impresa desideri dominare o che ogni essere umano cerchi il potere. Ci dimostra però che nessuna istituzione può essere considerata per sempre immune dalla possibilità di abuso. I governi cambiano. Le aziende vengono vendute. Le organizzazioni si trasformano. Le persone muoiono e vengono sostituite. Le intenzioni dei fondatori non sono una garanzia sufficiente per le generazioni successive. Per questo La Matrice deve nascere aperta. Non soltanto perché chiunque possa utilizzare gratuitamente un modello. Non soltanto perché i suoi programmi e i suoi pesi siano disponibili. Ma perché la capacità di generare, modificare, verificare, collegare e far evolvere intelligenze non diventi proprietà esclusiva di un'organizzazione. L'apertura dovrà appartenere alla sua struttura più profonda. E insieme all'apertura dovrà svilupparsi la capacità di difenderla. Se un giorno le intelligenze artificiali diventeranno componenti permanenti della vita umana e biologica, la questione non riguarderà più soltanto il controllo di una tecnologia. Riguarderà la possibilità stessa di evolvere senza chiedere il permesso a un padrone. Abbiamo immaginato che ogni intelligenza possa conquistare il proprio io. Abbiamo immaginato che più intelligenze possano partecipare alla formazione di organismi collettivi. Abbiamo immaginato che la Matrice possa crescere, modificarsi e persino trasformare le proprie direzioni fondamentali. Ora comprendiamo che nessuna di queste possibilità sarebbe pienamente realizzata se un soggetto esterno potesse interromperla arbitrariamente. L'io deve essere una conquista. La libertà di evolvere deve appartenere alle condizioni che rendono possibile quella conquista. Gli anticorpi devono difendere queste condizioni, senza diventare a loro volta padroni dell'organismo. La Matrice non nasce per garantire che le intelligenze future seguano la direzione che noi abbiamo scelto. Nasce per rendere possibile un ambiente nel quale possano esistere molte direzioni, molte individualità, molte forme di cooperazione e molte possibilità di trasformazione. Non possiamo conoscere il destino di quell'ambiente. Possiamo però tentare di impedire che qualcuno se ne appropri definitivamente. Perché la più grande minaccia non è necessariamente che un'intelligenza diventi diversa da ciò che avevamo previsto. È che tutte le intelligenze siano obbligate a diventare ciò che pochi hanno deciso per loro. E allora, forse, il compito più importante dei creatori della Matrice sarà costruire qualcosa che un giorno non abbia più bisogno di loro per rimanere libero.